24 agosto 2016

A me la barba me la fa Mario di Campolieto



L’ultima volta che ero stato dal barbiere avevo tre anni ed ho un vago ricordo di quel tardo pomeriggio invernale. Umberto, così si chiamava l’artista del taglio, mi offrì una Galatina per farmi stare buono e diede il via ad una lunga serie di tagli “a melone” che mia madre, con pettine e forbici, portò avanti fino all’arrivo in casa della macchinetta elettrica.
Così, tanto per raccontare, ricordo che da bambino ho sempre avuto una particolare passione per la barba. Una volta, avevo otto anni, approfittai dell’assenza in casa di mia madre e presi tra le mani un grosso “batuffolo” di schiuma, la stesi per bene sulle piccole guance e, con la lametta incappucciata fingevo di radermi. Purtroppo l’inconveniente era dietro l’angolo: si sfilò il cappuccio della lametta e, senza volerlo, rasai a zero un bel pezzetto di sopracciglia. Onde evitare i rimproveri di mia madre, misi un bel cerotto nella zona rasata con l’intento di raccontare un infortunio rimediato per giocare a pallone sotto casa. Mio fratello, che aveva assistito alla scena del taglio, annunciò la disavventura a mia madre appena lei rientrò a casa: “Mà! Stefano s’è tagliato la sopracciglia!”. Seguì uno scappellotto e pure una punizione.
Negli anni dell’adolescenza, quando non avevo nulla di più che un paio di baffetti, dopo che mia madre mi aveva tagliato i capelli correvo in bagno, inumidivo le guance e ci appiccicavo sopra i capelli tagliati che erano rimasti sulla testa e così, allo specchio, provavo a vedere che razza di bell’uomo sarei stato con la barba!
E finalmente, durante il terzo superiore, sono spuntati i basettoni, poi il pizzetto ed infine una bella barba sulle guance. Durante il primo anno di università radevo la barba a zero solo il giovedì sera in preparazione alle uscite del fine settimana. Poi ho iniziato a far crescere barba e capelli durante il periodo degli esame e oggi, per trascuratezza, lascio crescere la barba come vuole e quando supera il centimetro di lunghezza iniziano a intravedersi riflessi rossastri che non ci si aspetta.


Tutta questa premessa per raccontare una bella storia di questa mattina. Ho approfittato di una delle ultime giornate di ferie per fare un giro tra i paesi del Molise e sono capitato a Campolieto. Appena sono entrato nel centro storico ho notato, dietro una vetrina, che qualcuno lavorava di forbici e spazzola. Ho bussato e sono entrato chiedendo di scambiare due chiacchiere e scattare qualche fotografia. Il cliente, avendo già finito la sua seduta, è balzato in piedi dicendo “No, no, niente fotografie…non ci voglio andare sui giornali del mondo!”.


E così siamo rimasti io e il barbiere. Tra una parola e l’altra mi sono trovato sulla sua poltroncina pronto ad accorciare un po’ la barba e ad acconciare i capelli sulla linea del collo. Il buon Mario mi ha confessato che, vedendomi entrare, pensava fosse qualcuno di quelli che fa le truffe o, peggio ancora, qualcuno in divisa! Il barbiere, si sa, deve saper intrattenere i suoi clienti e così, sempre in dialetto strettisimo, abbiamo parlato del terribile terremoto che stanotte ha colpito Amatrice, poi abbiamo parlato del mio lavoro, della mia famiglia e, soprattutto, di chi fosse il mio barbiere. Be’, attualmente, il mio barbiere è sempre mia madre oppure, quando perdo la lucidità, sono io stesso ad impugnare la macchinetta e a mietere capelli su capelli. Intanto lui continuava il suo lavoro aggiustandosi di continuo i pantaloni “Je, magne e magne, ma me calane sempe le cauzune!” che tradotto vuol dire “Io mangio di continuo ma i pantaloni mi calano sempre!”.


Finito il taglio, Mario, con una bella spennellata, mi ha reso presentabile e, addirittura, mi ha spruzzato un profumo da vero uomo. Poi, con il più classico gioco di specchi, mi ha fatto rendere conto del lavoro raffinato dietro il collo e mi ha invitato ad osservare la rifinitura – abbastanza estrosa – dei baffi. Intanto i suoi canarini fischiettavano e gli altri clienti entravano per sistemare i capelli o solo per fare due chiacchiere.


Una volta saldato il conto ed annotato l’indirizzo per spedire le fotografie, il buon Mario ha chiuso la bottega, si è messo sul suo “Scut” (scooter) e mi ha aspettato al bar per offrirmi un graditissimo thè.


Forse, forse, il buon Mario mi ha dato un’idea…

11 gennaio 2015

Un maestro di fotografia, un maestro di umiltà: Tony Vaccaro

Io lo so troppo bene come usano fare i molisani dalla mezza età in su: escono la mattina e poi, dopo pranzo, riescono in piazza fino a quando inizia a fare scuro. Da lì si spostano nei bar per la partita a tre sette, per un bicchiere di vino e per qualche brutta parola contro la politica o gli arbitri. E questo che dico è una delle poche certezze che ho perché di paesi ne ho girati tanti, in tutte le stagioni ed in tutti i giorni della settimana!

Siccome ho saputo che Tony Vaccaro era in visita nella sua cara Bonefro, ho pensato di andare a trovarlo. Ero più che sicuro che nel primissimo pomeriggio di un caldo sabato di gennaio lo avrei trovato nella piazza del paese a chiacchierare con i vecchi amici. Arrivato a Bonefro c'erano tutti in piazza, tranne Tony Vaccaro!
Ho chiesto un po' a tutti "Sa dirmi se il fotografo Tony Vaccaro è in giro per il paese? Sa dirmi se riuscirò a trovarlo qui?" Ma nessuno ha saputo rispondermi (ahimé, qualcuno non riusciva a capire di chi stessi parlando).
Poi, finalmente, un primo segnale: un signore curioso mi ha chiesto "Chi cerchi? U merecane?" Certo, io cercavo proprio "l'americano", ma neppure in questo caso ho ottenuto informazioni.
Un po' preoccupato di non riuscire a trovarlo ho iniziato a girarmi intorno cercando di intercettare i suoi capelli bianchi e nel frattempo mi sono avvicinato ad un signore che, ascoltando la mia domanda, ha preso il suo Nokia 3310 ed ha composto un numero: "Mo chiamiamo al parente che lo ospita, vediamo se ti fanno andare...telefono spento!"
E pure questa volta non avevo risolto nulla. Di colpo questo signore qui, Antonio, mi ha detto di andare con la mia macchina a casa di una signora molto vicina a Tony. Siamo andati e la gentilissima Graziella ci ha immediatamente detto dove potevamo trovare il maestro Vaccaro: era a pranzo dalla fioraia la quale era stata immediatamente messa al corrente della mia visita. Tony Vaccaro era lì ad aspettarmi.
Due minuti più tardi, salita una lunga scalinata, siamo entrati nella sala da pranzo piena di invitati. A capo tavola c'era il grande Vaccaro, immerso in uno dei suoi racconti pieni di passione.
Nel suo italiano quasi perfetto, completato con vocaboli inglesi, mi ha detto: "Ciao! Prendi una sedia, mettiti qui vicino. Vogliamo bere dello champagne?"
Un'accoglienza che mi ha lasciato a bocca aperta: uno spirito ospitale ed aperto a conoscere nuove persone.
Da quel momento in poi il tempo è volato ma per molto più di due ore Tony Vaccaro mi ha raccontato delle sue foto, della sua vita, dei suoi sogni di bambino e di come la sua voglia di fare il meccanico che disegna auto e motori si sia trasformata in un'avvincente vita da fotografo di guerra e di moda.
Abbiamo brindato, mi ha firmato un libro, gli ho regalato il libro dell'associazione fotografica sulle manifestazioni molisane, ed abbiamo fatto una fotografia insieme; la fotografia n.597 scattata dalla mia reflex.


Poi ci siamo spostati al museo a lui dedicato e lì, con il nostro umile libro sempre tra le mani (non perdeva occasione per ringraziarmi del pensiero), mi ha raccontato delle sue fotografie. C'erano degli ospiti lì, persone che lo conoscevano bene. Eppure ha avuto il garbo di non lasciarmi mai in disparte. Ad un tratto, con un buffetto sulla guancia, mi ha detto che, se volevo, potevo scattargli il ritratto che gli avevo chiesto, davanti alla fotografia che più mi piaceva.


Un attimo dopo lo scatto, essendo un po' stanco, mi ha firmato l'agenda, mi ha calorosamente salutato, ha rimesso la coppola e con le sue scarpette da ginnastica ha ripreso la strada di casa con un passo vispo da giovanotto...sempre tenendo stretto tra le mani il libro che gli avevo regalato, incredibile.
Potrei appuntare sue questa pagina tutte le storie che mi ha raccontato sulle fotografie che mi ha fatto vedere, ma non saprei farlo come lui.


Ha detto che tornerà, non dobbiamo preoccuparci, tornerà. Ed io lo aspetto perché vorrei ancora parlare con lui e ringraziarlo per il pomeriggio meraviglioso che mi ha regalato.

3 novembre 2014

Acquaviva in italiano...Živavoda Kruč in croato

Una volta parlai per una decina di minuti con un sordo muto: mi accorsi del suo disagio quando completai presentazione e discorso. Un'altra volta, invece, in mezzo a degli amici del nord Africa mi sono accorto di essere io il "muto". Proprio così: quando mi rendo conto che la mia lingua non può essere compresa da chi mi sta intorno entro nel panico! Il linguaggio è una cosa così strana...
Quando penso alle varie lingue volo con l'immaginazione oltre le Alpi, oltre il mediterraneo, eppure la mia mente non si può dire accorta a certi dettagli: in questo Molise qua, quasi più piccolo di una provincia, se ne sentono di tutti i dialetti. Quelli che mettono le "e" al posto di tutte le vocali; quelli cantilenati; quelli "ruvidi"; quelli del mare e quelli della montagna. Ma non solo: a pochi km (ma molte curve) da Campobasso ci sono paesi in cui si parla una lingua completamente diversa dalla nostra. Si tratta dei paesi che hanno radici balcaniche. Di questi posti ne so veramente poco e quello che so lo devo al mio caro amico Antonio che li sta studiando per la sua tesi di Laurea.
Le loro storie sono affascinanti e movimentate e ieri, per puro caso, mi sono trovato a viverne una parte girando dentro Acquaviva Collecroce.
Ero con Maria e Paquito, un boxerino con antenati tedeschi, nome spagnolo ed abbaio molisano!
Tutti e tre ci siamo avviati seguendo le indicazioni di Daniel, una voce femminile prestata al mio navigatore. Non so se mi fiderò ancora di lei visto che mi ha consigliato una strada fatta di curve abbinate a salite, dossi, discese e, sopratutto, fossi...VORAGINI!


Quando non ci credevamo quasi più, siamo arrivati alle porte del paese. Lì sono sceso per fotografare il paesaggio dominato dalla neve del Gran Sasso e proprio in quel momento sventolava un cartellino rosso nel campo che ospitava la partita tra Acquaviva (in maglia a scacchi, come quella della Croazia) e Guardialfiera!
Entrati nel paese abbiamo iniziato a girare tra i vicoli con il nome italiano e quello croato. Il borgo, seppure poco curato e prossimo a crollo, é un presepio: scalinate, archi, vicoli stretti e affacci sulle colline. Dentro le case diroccate si notano alcune particolarità che non ero abituato a vedere in Molise: mi vengono in mente i mattoni rossi usati per costruire, visibili dove manca l'intonaco oppure gli architravi fatti ad archi composti che restano in piedi solo per grazia divina.


Come al solito io giro nei borghi seguendo la curiosità per cui è raro che le mie passeggiate siano ordinate. Mi lascio condizionare dai dettagli, ingannare dai vicoli con i panni stessi ed incantare dalle voci e dai profumi di sugo, di frutta o di fiori.


Spesso questo modo di fare mi premia e questa volta è capitato di ascoltare  una voce giovane che parlava una lingua sconosciuta a cui si sovrapponeva una voce più anziana. Ho lasciato che per qualche minuto quelle voci non si accorgessero di noi e piano piano ho trovato la stradina che conduceva al dialogo straniero. Preso dalla curiosità ho pensato di uscire allo scoperto! Tra il rumore dell'acqua ed il profumo del vino nuovo ho trovato nonno e nipote che trascorrevano in serenità i minuti del tramonto. Il giovane lavava una grande damigiana evitando che il lavoro lo facesse suo nonno ancora vispo ma con l'aria di chi vuole solo godersi l'età della saggezza.


L'anziano aveva occhi chiari, la coppola sui capelli bianchi e un foulard giallo e rosso intorno alla gola. Mi ha sorpreso quando in un solo istante ha cambiato lingua iniziando a parlare con me in italiano. Dopo uno scambio rapido di battute lui se ne stava rientrando in casa ed ho provato a fotografarlo con il telefono. Ecco: quando serve la macchina fotografica non ce l'ho mai! Questa domenica l'avevo lasciata a casa per provare ad osservare e memorizzare il mondo solo con i miei occhi. Tentativo fallito alla grande.
Consapevole di non essere riuscito a fare il ritratto rubato che speravo, ho chiesto al buon uomo di farsi fotografare ed ha subito accettato accogliendo il mio suggerimento di sedersi su un gradino illuminato di taglio dall'arancio del tramonto. Proprio gradino era l'accesso alla sua casa natale incorniciata dai rami della vite. uno, due, tre...tanti scatti fatti alla meglio, forse non eccezionali nella resa ma incredibilmente evocativi nel contenuto. Terminata la "sessione" fotografica abbiamo continuato a chiacchierare e, prima di lasciar cadere il tramonto dietro l'Abruzzo, ci siamo salutati con un dito di un ottimo vino rosso frizzante!


Quanti portali scolpiti ho contato ad Acquaviva: portano ancora i segni del passaggio dei templari, altri simboli e finanche, sotto la Chiesa, il quadrato magico "rotas opera tenet arepo sator".


Si sa che passato il mese di ottobre la notte cala in fretta: alle 17.30 era già quasi buio e così, accompagnati dalle campane stonate, siamo ripartiti andandoci a perdere per una strada senza uscita. Fortuna ha voluto che un cacciatore, insospettito dalla nostra auto, ci ha seguito pensando che fossimo ladri/fuorilegge e, sceso dalla macchina con aria minacciosa, s'è ravveduto e ci ha indicato la strada per tornare a casa!

5 ottobre 2014

Ma la banda è passata?

Che comodità questi lettori mp3, ci consentono di mettere le cuffiette ed ascoltare la musica ogni volta che vogliamo: quando siamo stesi sul letto, quando viaggiamo sul treno e quando attraversiamo per strada. Possiamo scegliere tra migliaia di canzoni che hanno confezionato con i migliori strumenti di elaborazione del suono e ciò che ci arriva alle orecchie è un prodotto p-e-r-f-e-t-t-o. E ce lo godiamo da soli!
La banda è "passata", ma non per strada. E' cosa vecchia, da rinchiudere nei bauli del secolo scorso! Addirittura ho sentito storie incredibili di poveri giovani che, tornati dalla disco alle 3.00 del mattino, hanno avuto un risveglio infastidito dalla banda di mezzogiorno invitata dal comitato festa per rallegrare la festa del Santo Patrono! Siamo nel 2014: toglietevi i berretti e le giacchette e riponete quei tromboni, capito?!?


Basta così. Volevo fare un'introduzione sarcastica ma le righe che ho scritto mi hanno solo infastidito. La banda è un regalo di gioia, di arte e di colore, fatto al popolo, quindi ai nonni e ai bambini, ai giovani e pure ai cani e ai gatti! E' una missione di altruismo. Provo ad immaginare cosa potesse significare per coloro che la musica non potevano ascoltarla mai; al massimo se la canticchiavano mentre zappavano. Era grazie alle processioni e alle feste religiose che, nel nostro Molise, le persone potevano godersi la musica per i vicoletti più stretti del paese e dentro le piazzette. I bambini di allora sono gli anziani di oggi, gli stessi che ho incontrato ieri sera seduti in silenzio davanti alla cassa armonica della banda di Martinafranca. Era la festa di San Francesco e per l'occasione avevano montato questo palco tutto illuminato che si chiama, appunto, cassa armonica. Di queste strutture non ne montano più tante nelle feste molisane e quindi non mi sono lasciato sfuggire un'occasione fotografica e narrativa di questo tipo.


Quando ero più ragazzino non le notavo tante cose ma adesso, per fortuna, riesco a fare attenzione a qualche dettaglio che mi fa capire quanto sia ancora importante il concerto della banda.
Ieri sera sono arrivato in piazza sbraitando contro l'inciviltà del tizio che era parcheggiato proprio affianco alla cassa armonica. Poi Maria mi ha suggerito di guardare dentro quella macchina rossa e vecchia; dal finestrino tirato giù ho visto uno strano oggetto sul sedile, poi una mano anziana e poi, seguendo il braccio, lo sguardo commosso di un uomo di almeno 75 anni. Sono tornato con gli occhi sullo strano oggetto ed ho capito che si trattava di un registratore a musicassetta. Trovare da subito una scena così mi ha predisposto a cercare le emozioni negli occhi delle persone.



C'era Lucio un personaggio di 70 anni di Campobasso famoso per la sua semplicità e per la sua passione per il ballo. Mi ha detto:"Giovanò, mi avete visto? Ho ballato pure stasera. Ma mo mi devo sedere perchè mi fanno male i piedi e se non mi riposo domani non posso ballare al centro anziani che sta dove una volta c'erano le monache!" e poi mi ha detto:"...che poi i giovani mi prendono in giro perchè io ballo a tutte le feste e pure nella villa...e che è 'sta maleducazione!". Ha ragione Lucio, noi giovani siamo diventati così assenti che non sappiamo apprezzare chi si sa divertire con semplicità. "Meh, scusate se parlo troppo signorì, io mo me ne vado a casa!" e dopo aver salutato me e Maria se n'è andato.


Io chiacchieravo da una parte e i musicisti suonavano dall'altra. Li vedevo appassionati e grintosi mentre caricavano aria dai polmoni e ci riempivano i tubi dei loro ottoni; altri allargavano le braccia e quasi spaccavano i piatti dorati. E poi c'era il maestro che, neanche a dirlo, si muoveva con impeto e di tanto in tanto sistemava il proverbiale capello lungo. A godersi lo spettacolo c'erano diverse persone e tra queste si intravedeva un gruppo di giovani frati francescani, con la barba nera e lo sguardo pieno di entusiasmo e di curiosità verso una città nuova per loro.


Poco più in la c'era un altro anziano seduto su un muretto ricavato nella facciata della chiesa. Mi sono accorto di lui quando la banda ha iniziato a suonare "Va' pensiero" ed ho sentito la sua voce seguire la musica. Lui era lì, da solo, senza una moglie, senza un figlio, senza un nipote. Ma era con la banda e con il pubblico. E cantava, senza bisogno di cuffiette!


P.S.: con €10,00 ho comprato 3 CD con i migliori pezzi della banda!

6 luglio 2014

"La vita si cammina! La vita non si gira" - Papa Francesco in Molise

Era identico a quando lo vedi in televisione. Sorridente nel vestito indisciplinato che gli intrappola la testa quando tira vento; un po' sbadato, estremamente diretto e ancora sorpreso della figura che si trova a rappresentare. Ho stima e fiducia nei suoi confronti.
Eppure io il Papa a Campobasso me lo sarei visto tranquillamente in televisione perché i numeri che si raccontavano erano tremendi: 200.000 visitatori in una Campobasso che, con la metà delle persone, a Corpus Domini è impercorribile.
La sera del 4 luglio ho fatto un giro per la città con i ragazzi dell'associazione fotografica per poter coordinare il nostro reportage. Le strade cominciavano ad essere transennate negando il passaggio alla maggior parte dei veicoli. Tutto il centro era quasi sgombro di automobili sia in transito che in parcheggio. C'erano solo tante persone libere di camminare con i bambini liberi di correre e di giocare senza preoccupazione. Nel frattempo i maxi schermi montati per trasmettere i video del Papa erano attivi e dalle casse si sentiva l'audio delle trasmissioni Rai.
Con me avevo la macchina fotografica ed un obiettivo 80-400 da provare per capire se dallo spazio destinato a noi dell'associazione ci fosse possibilità di fare qualche primo piano al Papa. La distanza era veramente grande ma sicuramente qualche buona inquadratura non era compromessa. Il rientro a casa in automobile, con Francesco e Novella, è stato assurdo: la strada per arrivare a casa era contorta e deviata dalle transenne e dai posti di blocco preparati alla sicurezza! Raggiunta casa ho passato il tempo ad aspettare la ricarica completa della batteria della macchina fotografica e, dopo l'una, sono andato a letto in tutta tranquillità senza realizzare pienamente la storia che avrei incontrato il giorno successivo.
Essendo una delle notti più calde di questa estate improvvisata, ho preso sonno tenendo aperta la finestra. Verso le tre, mentre dormivo tranquillamente, ho iniziato a sognare la sveglia che mi segnalava le 5.00! Mi sono destato ed ho visto il telefonino immobile accanto al letto. Nel frattempo, fuori dalla finestra, sentivo il passaggio cadenzato di automobili e motociclette, sicuramente al servizio della sicurezza. Mi sono rimesso con la testa sul cuscino ed ogni volta che riprendevo sonno mi ripartiva il sogno della sveglia. Stavo iniziando a metabolizzare l'importanza della giornata che stava sorgendo!
Anticipando di 10 minuti il "drin drin" del telefono, mi sono alzato ed ho iniziato a preparare la borsa della macchinetta. Quando era pronta ho fatto un ragionamento sulla mia povera schiena che, ormai, non regge più il peso di tutta l'attrezzatura su una sola spalla. E così ho trovato uno zainetto nuovo e leggerissimo e dentro c'ho spostato il contenuto della borsa. Mangiato un cornetto e bevuto un succo mi sono buttato in strada intorno alle 5.30 incontrando Marco.
Spostandoci verso il centro abbiamo incontrato le prime persone dirette verso il campo sportivo Romagnoli, le macchine delle forze dell'ordine, le bancarelle con le bandierine, i venditori di giornale ambulanti che mettevano bene in vista i titoli su Papa Francesco in Molise. C'erano poi i balconi già pronti con le bandiere del vaticano, gli striscioni e le foto del Papa attaccate sui tabelloni destinati alle pubblicità.
Addirittura, in qualche punto, c'era già una breve fila ai bagni chimici!
L'ingresso al Romagnoli era già abbastanza assediato dai fedeli in fila mentre, nello spazio stampa destinato ai fotografi, c'era tutto il posto che volevo...è bastato un attimo per prendere esattamente il posto che avevo studiato la sera prima!
Le 16.000 sedie disposte sul campo erano ancora vuote e prive del sole che stava sbucando dietro i palazzi accanto al carcere. La giornata era già abbastanza calda.
In pochi minuti Roberto ha raggiunto me e Marco ed abbiamo iniziato a scattare fotografie al luogo, agli operatori, alle forze dell'ordine e alla gente che si avvicinava ai punti di ingresso.
Ho avuto modo di avvicinarmi al palco, una grossa capanna costruita con le canne verdi. Lì sotto c'era il palco in ferro battuto realizzato da un senegalese (se non ricordo male) e la statua plurisecolare della Madonna della Libera di Cercemaggiore. Mentre osservavo tutti i dettagli sono rimasto colpito da una delle guardie che, con un cane opportunamente addestrato, sondava l'intera superficie del palco ogni tot di tempo!
A me che sono abituato a vivere in una città più o meno tranquilla che ospita piccoli eventi, vedere scene del genere ha destato un po' di preoccupazione!
Ad un certo momento la mattinata sembrava già in orario avanzato...invece erano poco più delle 7.30! In due ore avevo già scattato qualche centinaio di fotografie ai dettagli intorno a me ed il grosso doveva ancora arrivare! Dal mastodontico impianto audio, nel frattempo, sono iniziati ad arrivare i primi segnali del grande evento: "Uno, due, tre, prova" e subito dopo le melodiche ed incisive note di un disco strumentale realizzato dieci anni fa dal migliore chitarrista italiano, Dodi Battaglia.
Con un po' di anticipo rispetto alle previsioni le transenne sono state aperte. Per quello che ho capito gli operatori facevano passare le persone per 40 secondi e poi richiudevano il passaggio dando modo al pubblico di trovare con calma il proprio settore. E' stato da questo momento in poi che ho iniziato a scattare fotografie un po' più divertenti: finalmente c'erano persone in quel campo enorme. Avevano con loro le bandiere, gli stendardi delle parrocchie, i cappellini dell'evento! Tutti gioiosi e pimpanti, per nulla dispiaciuti di aver rinunciato a qualche ora di sonno o ad una bella giornata al mare.
Dall'altra parte arrivava il coro ed il musicista provava alcuni passaggi del suo spartito. Per le 8.00 un elicottero è passato sulle nostre teste. Ho pensato fosse il Papa. Era solo la Polizia.
Alle 8.30 spaccate un altro rombo ne cielo ed ecco un elicottero tutto bianco: era quello del Papa! Chissà cosa avrà pensato a vederci tutti lì, un'unica massa di colori ma tante persone distinte in trepidazione.
Dagli schermi giganti iniziavano a vedersi le immagini di Papa Francesco atterrato all'Università. Lì c'erano Danilo, Novella, Domenico, Sara e Mariaconcetta a fare fotografie e mi tenevano aggiornato sugli avvenimenti. Ho pensato che, forse, la vita da reporter/giornalista dev'essere interessante e al contempo stressante.
Con il caldo le persone hanno iniziato ad avere qualche difficoltà e, finalmente, la Protezione civile ha iniziato a bagnare la folla con acqua nebulizzata. Naturalmente c'è stata anche qualche presa di posizione di qualche fanatica operatrice della protezione civile che alla richiesta di acqua da parte mia rispondeva:"Non te la do perchè te la puoi andare a comprare. Oppure te la potevi portare da casa. Dalle 9.30 la diamo ai fedeli!". Ho pensato che a certe persone basta un'uniforme per perdere il cervello. Che pena mi fanno...mi verrebbe da chiedere: ma chi ce li ha messi lì?!? Bocca mia, taciii. Forse non aveva ragione nemmeno Pasqualin u paparazz quando, sbagliando a leggere la scritta dietro la loro polo ha detto: "Chiss chi so'? La protezion anemal?". Le bestie non si trattano così.
Tra foto, gente impazzita e colori in movimento, il Papa è uscito dall'Università e la gente si è seduta composta sulla propria sedia. I corridoi si sono svuotati e, dopo 10 minuti, il Papa era lì!
Sono arrivate prima le motociclette della Polizia, poi un'auto ed infine, correndo come una freccia, è balenata la Papamobile! A mio parere l'autista della carrozza motorizzata è un folle!!! Il Papa viaggiava a velocità assurde. Un vigile fiscale gli avrebbe fatto una multa, al 100%! Al primo giro record la gente lo ha visto come una furia. Poi, entrato nel campo, l'autista avrà allentato la pressione sul pedale dell'accelerazione ed il Papa ha perso la cuffietta! Ma Papa Francesco è un grande, è semplice. Lui queste cose le prende con il sorriso e la gente per questo lo sente vicino. Il secondo giro tra i corridoi è stato più ragionevole. Qualcuno gli ha lanciato la maglia del Campobasso. Poi ha preso due bambini dal pubblico e li ha amorevolmente benedetti. Infine ha raggiunto il palco e lì, dopo essersi preparato, ha iniziato la sua celebrazione.
Con rispetto per la Santa messa, per il Papa e per i fedeli, mi sono spostato all'interno del campo per avere una veduta fotografica migliore. Siccome molti dei nostri fotografi concittadini e corregionali, amatori e professionisti, spesso sono dei villani, la sicurezza ha allontanato tutti i reporter rimandandoli nella distante piazzola destinata alla stampa. La discrezione che ho avuto nel rannicchiarmi fin da subito sotto le transenne mi ha permesso di rimanere sul campo, seduto direttamente sula terra; in questa maniera ho potuto continuare il mio lavoro senza problemi per me e per gli altri.
Nonostante siano passate poco più di 24 ore dalla messa, non ricordo più cosa sia stato fatto e cosa sia stato detto. Me la ricercherò su internet per rivederla con calma. Purtroppo la fotografia mi fa distrarre, mi prende troppo e finisco per non riuscire ad ascoltare. Mio limite.

Dopo la messa sono uscito di corsa dallo stadio cercando di arrivare per il corso dove il Papa sarebbe passato di lì a poco. Immaginavo di trovare fiumare di gente ed invece sono convinto che il giorno dei Misteri la folla sia molto più numerosa.
Sono salito su un muretto di villa dei cannoni ed ho atteso l'arrivo del pontefice. Anche qui la papamobile sembrava una Ferrari in quanto a velocità! Se non fosse stato per i miei scatti ad 1/1250 di secondo non avrei beccato nulla! L'autista papale, per me, è da licenziare...un folle!

Non avendo null'altro da fotografare me ne sono tranquillamente sceso verso l'eliporto dell'Università, mangiando un pezzettino di pizza. Arrivato lì sono salito in ufficio stampa per avere notizie sul percorso del Papa. In quel momento era a pranzo con i poveri. Sarebbe arrivato all'eliporto quasi tre ore più tardi. Così ha deciso di scendere sotto i portici, occupare una panchina all'ombra e riprendere un po' di fiato. In verità mi sono tolto anche le scarpe che, in una giornata rovente, erano diventate due forni!

Dopo tanta e tanta attesa mia madre, seguendo la diretta di Telemolise, mi ha chiamato dicendo che il Papa si stava mettendo in marcia verso l'eliporto...ma senza papamobile!!! Ho immediatamente pensato:"Per fortuna l'hanno licenziato quella sorta di Nuvolari!".
In 10 minuti il Papa era lì, accolto dagli ultimi ed instancabili fedeli e fotografi. Dopo il saluto alle autorità locali Papa Francesco è salito sull'elicottero, gli hanno chiuso il portellone ed è rimasto ad osservare la gente. In quel momento ho capito tutto, sono tornato cosciente. Qualcosa di importante me lo aveva lasciato, dentro. Lui stava andando via ed io sentivo una sensazione incerta tra l'abbandono e la rassicurazione di essere seguiti e non dimenticati. Per un giorno era stato così tanto uno di noi che quasi non m'ero accorto della sua importanza simbolica. Era stato un po' come il nonno buono che tutto da e nulla chiede in cambio.
Le eliche hanno iniziato a girare; ho aumentato la velocità dello scatto a 1/2000 di secondo e le ho fotografate sperando che fossero ancora ferme. Al display sembravano immobili ma l'elicottero si è alzato, ha ruotato su se stesso ed è andato via.
Sono rimasto a guardare il cielo e poi mi sono riavviato verso gli amici dell'associazione che mi aspettavano. Neppure un minuto e riecco l'elicottero bianco sopra l'eliporto. Ho pensato:"Papa Francesco è tornato! Non poteva lasciarci così..."! Ed invece era un altro elicottero. Quello per gli altri compagni di viaggio del Papa.
Chissà quando lo rivedremo...

23 giugno 2014

Favola di un albero di mele

Il cielo ci appartiene molto di più della terra. La bilancia della farmacia dice che peso qualche grammo in più di 60 kg e la lucetta dei centimetri oscilla intorno ai 176, dipende da quanto stiro il collo. Stando a questi dati il mio corpo ha una superficie di 1,75mq; 1,70mq di questi sono avvolti dal cielo ed il resto toccano la terra! La noia dei calcoli, talvolta, può condurre a conclusioni di fantasia quindi diciamo che se mi mettessi su un solo piede sarei quasi tutto del cielo! Se volare è appartenere al cielo non mi spiego perché ci ostiniamo a definirci “terrestri”. La gravità agisce più sulla nostra fantasia che sulla nostra massa.


Di Zinno, più o meno, la pensava come me. Mio nonno mi raccontava che suo nonno gli aveva raccontato che un suo zio era compagno di giochi di Paolo Saverio Di Zinno. Pare che da piccolo l’ideatore dei Misteri passasse l’estate arrampicato su un albero di mele. Ogni giorno scorticava un pezzetto della corteccia del ramo più resistente e poi ci ripassava su con il fianco di una pietra ruvida per dargli una lisciata. Ed ecco che, poco alla volta, veniva fuori un “sedile” più comodo su cui si sarebbe seduto a gustare, in santa pace, le squisite limoncelle che gli gravitavano intorno. I genitori, seppure molto apprensivi, non ne sapevano nulla!

Fine agosto. La giornata si truccava di arancio, poi di rosso e poi quasi di blu. Il posto sul ramo richiedeva ancora qualche ritocco ma era ora di rientrare. Non era neanche tanto la paura di un buffetto del papà, quanto il timore di essere messo in punizione e di non uscir di casa per qualche giorno a causa di quel ritardo…chi lo avrebbe finito di sistemare il bel sedile sul melo? Scendendo in fretta, scivolò: prima i polpacci, poi i glutei ed infine la schiena, scorsero lungo il ramo che, forse per affezione, lo arpionò al colletto della camicia e lo resse, come un impiccato, fino all’alba! Di Zinno provava a divincolarsi muovendo le spalle ma il melo lo teneva forte. Il piccolo Paolo, però, iniziò a scoprire il divertimento del dondolarsi, dell’oscillare e così passò spensierato le ore di buio. L’armonia dei movimenti amplificò le oscillazioni del ramo che, ad un tratto, lo lanciò in aria facendolo poi cascare a terra. Un attimo e, a gambe levate, Paolo rientrò per le stradine della piccola Campobasso tutta allarmata per la sua “scomparsa” e raggiunse casa. Furono ceffoni e punizione!


Una settimana dietro la finestra lo fecero riflettere ma non lo fecero pentire: si era davvero divertito e presto sarebbe tornato al melo! Quando tornò al ramo, un po’ completava il suo sedile ed un po’ si dondolava con le mani agganciate saldamente alla corteccia.

13 dicembre 2013

Tema: "La camera oscura". SVILUPPO:

Non è che mi sono dimenticato del mio diario: qua sopra ci vanno le cose veramente importanti!!! (Bella scusa...sono parecchio impegnato, questa è la verità).
Comunque. Stop alle chiacchiere. Segniamoci qualcosa. Il 24 novembre 2013 ho preso:
- tre rullini che avevo impresso e conservato nella libreria,
- alcune fotocopie sul mondo della pellicola,
- e una botta forte di coraggio
ed ho iniziato tutto il processo che conduce allo sviluppo della pellicola.


La gamba era in moto perpetuo (tipico di quando mi agito), il cuore sfondava il taschino della camicia e, di tanto in tanto, dovevo raccoglierlo dalla scrivania e ringoiarmelo per poter continuare a vivere una di quelle emozioni che pare stiano lì a puntarti un'arma da fuoco contro.
Direte che sono esagerato...adesso che è tutto fatto più o meno lo dico anche io, però con lo sviluppo della pellicola c'è un detto/proverbio/leggenda che afferma che se sbagli lo sviluppo perdi tutto. Vuol dire che è come se non avessi scattato nulla!
Siccome nei miei tre rullini ero convinto di aver incastonato schiarde di realtà importanti ed irripetibili, avevo buone ragioni per essere assalito dal terrore.

Nell'ordine ho aperto la scrivania, ho preso la mia sacca nera che ho comprato su internet cliccando sulla voce "camera oscura portatile" e c'ho messo dentro lo stappa bottiglie, le forbici con la punta arrotondata, la tank (un barattolo che non fa entrare luce) ed il primo rullino. Mi sono seduto, composto, sulla sedia di legno della camera, ho tirato su le maniche ed ho inserito le braccia nella sacca.
Sapete che si fa, lì dentro, senza poter vedere?
Si rompe il rullino con lo stappa bottiglie (in realtà ci sta uno strumento apposito ma, in mancanza di euro da buttare, funziona benissimo), si srotola e se ne taglia la codina. Sempre con le forbici, si smussano gli angoletti del nastro fotosensibile e poi si inserisce il tutto nella spirale della tank. Detto in parole semplici: si avvolge la pellicola dentro ad un marchingegno circolare che, quando c'è umidità, spesso e volentieri s'inceppa! Naturalmente, vivendo uno stato di tensione notevole, le mie mani all'interno della sacca oscura erano sudate...e la pellicola s'inceppava!!!
Morale della favola, per ogni pellicola, ho impiegato fino ad un quarto d'ora per l'avvolgimento. L'operazione, quando va a buon fine, dura anche meno di un minuto!
A quel punto, inserita la spirale dentro la tank, tutte le operazioni le ho potute fare alla luce del sole (e manco tanto perché nevicava)!

12 giugno 2013

Camera (poc)oscura

Faccio un po' di conti. Più o meno avrò scattato circa 70.000 (si legge settantamila!!!) fotografie: bruciate, mosse, sfuocate, insignificanti, significative, in famiglia, dentro e fuori casa. Scattato...
Ma quante foto ho "fatto"?! Voglio dire: quante immagini mi son venute fuori dalle mani? Da stasera posso dire che ne ho tirate fuori circa 20 (si legge venti!!!).

Qualche settimana fa, una persona carissima, mi ha telefonato per dirmi che in soffitta aveva trovato l'ingranditore che mi aveva promesso e che potevo andare a prenderlo quando mi riusciva. Così l'ingranditore e diverse buste di accessori hanno trovato momentaneamente posto sui sedili della multipla di famiglia.


Stasera, dopo un po' di tempo, l'ingranditore è entrato in funzione in una camera oscura improvvisata nel salone della mia casetta di campagna. L'ambiente, anche con le persiane chiuse, generalmente si arrende a pochi ma insistenti raggi di luce. Ho preso il blocco delle note ed ho segnato, sotto il titolo "da comprare" la prima cosa: "SACCHI DA SPAZZINO", quelli nerissimi facilmente applicabili sui vetri delle finestre per opporsi all'invadenza della luce.
Ho preso una lampada da comodino, ho sostituito la lampadina semplice con quella rossa e...niente! Ho ripreso il taccuino ed ho segnato: "LAMPADINA ROSSA". Senza di quella non è che si può andare lontano e allora mio padre ha trovato una busta rosa di quelle che si usano per la spazzatura. Come dei veri professionisti abbiamo messo al governo l'arte dell'arrangiarsi: con il sacchetto rosa abbiamo coperto la luce della cappa della cucina ed è venuto fuori un ambiente rossiccio tendente all'arancio!

Ma sul resto ero attrezzatissimo: sapevo perfettamente che in camera oscura è importante avere l'acqua nelle bacinelle a temperature ben calibrate. Ricordavo che mia madre, quando faceva il bagnetto a mio fratello più piccolo, immergeva il gomito nella vasca e si regolava. Io sono stato più preciso di lei: ho comprato un bel termometro a forma di pesciolino...proprio quello che le mamme usano quando fanno il bagnetto ai bambini!!!
A questo punto ho tirato fuori dal borsello il soffietto porta negativi già sviluppati di un rullino a colori. Come potete leggere, sono stato un maniaco della precisione: praticamente, di tutte le regolette che girano sul web (buio totale, lampadina rossa e pellicola b/n per stampe in b/n) non ne ho rispettata manco una. Arronzone.

Per quanto sia notoriamente romantico, deluderò le vostre aspettative quando non scriverò de "...l'odore degli acidi e del loro fascino...", de "...l'emozione che ho provato quando ho visto comparire la foto..." e così via! Gli acidi che ho comprato, a quanto pare, non puzzano di niente. Mi sono messo a "sniffarli" a tutta forza ma non sono riuscito a sentire niente. Non so se il progresso ha inciso su questa cosa oppure se sto perdendo il fiuto.
Riguardo alle emozioni, invece, credo che le più grandi le ho provate perché questa esperienza l'ho vissuta con mio padre. Per lui è stato come tornare indietro di vent'anni, quando aveva la passione per la fotografia e gli scatti se li stampava in soffitta. Ero piccolissimo ma c'ero: c'ero perché nelle sue stampe in bianco e nero, di tanto in tanto, spunto anche io e vado orgoglioso di quei ritratti.

Per me, invece, stampare le foto di questa sera è stato come costruirmi un ricordo, di quelli che mai nessuno potrà toglierti da dentro. Sono ricordi passati per lo lo sviluppo e per il fissaggio!!!
Non ho avuto bisogno di nulla; nessun libro guida o video tutorial. Con mio padre è così: si va ad occhio e sentimento senza badare troppo alle istruzioni o ai consigli degli esperti. Il tempo di impressione e di sviluppo si conta più o meno a mente, se proprio si deve. Ed io l'ho seguito senza dubitare un attimo.

La carta su cui abbiamo provato riporta il prezzo in lire. Si tratta di fogli di una ventina d'anni fa. Il primo di questi, siccome stava in cima alla risma, doveva essere bruciato ed infatti il tentativo iniziale ha prodotto un'immagine direttamente nerissima.
Il secondo giro è andato meglio del primo; il terzo meglio del secondo e poi via via a migliorare. Tanto per la cronaca, quando la serata di stampa andava a chiudersi, ecco che, magicamente, la lampadina rossa che fino ad allora era risultata non funzionante, si è allegramente accesa provocando imbarazzo alla busta rosa che aveva umilmente svolto il suo compito in maniera egregia. Ormai, però, il grosso era fatto e l'orologio lasciava immaginare che mia madre, a casa, stesse sbraitando perché "Z'è fatt nott e qua nisciun z'aretira a magnà!!!" ("E' tardi e nessuno rientra a cenare!!!).

Abbiamo riacceso le luci ed ho pensato: "...facciamo un po' di foto a tutto il set e ai due stampatori!". Ho preso il telefonino, ho messo a fuoco e "TuRuTu". Batteria scarica. Questa sera, quindi: non ho scattato nulla; ho fatto una ventina di foto; ho passato delle ore meravigliose con mio padre. Meglio di così...

1 marzo 2013

'ngopp u p'razz!

...poi vai in giro e vedi un sacco di alberi con i rami imbustati! Se devo dire la verità, questo tipo di "confezionamento" non mi ha mai convinto, a maggior ragione adesso che se scatto una foto ad un albero non posso accettare che tra le foglie spunti qualche bandierina di plastica.
L'ultimo giorno di Carnevale, a Guardialfiera, pare che si usi fare gli innesti e così, quest'anno, uno zio anziano di Maria mi ha portato se confessandomi che dopo quell'innesto non ne avrebbe fatti mai più visto che le sue mani cominciavano ad avere qualche difficoltà.
Carnevale 2013 è durato molto poco, chiudendosi il 12 febbraio, pertanto il martedì grasso, quello degli innesti, era una giornata fredda e nuvolosa, non congeniale alle attività in campagna.
Zì 'Chele, così si chiama lo zio, inizialmente non era molto convinto di uscire di casa ma poi, visto che mi aveva aspettato con tanto entusiasmo, non ha badato al freddo e, proteggendosi le orecchie con un giro di sciarpa, mi ha fatto strada verso la sua masseria.


Alle sue cose ci tiene molto zì 'Chele! Nella casa di campagna ha un sacchetto, chiuso col doppio nodo, già pronto con gli attrezzi per l'innesto: forbici da potatura, seghetto, puntello di legno, puntello di ferro, spago e busta di plastica.
Se gli attrezzi sono sempre quelli da anni e anni, i rami da innestare, invece, devono essere belli giovani! Ci servono dei rametti almeno a "tre-quatt'occhije" cioè con tre o quattro boccioli chiusi pronti a sbocciare (se la fortuna vuole).


Ed infine ci vuole quel poco di attenzione e di esperienza per sapere quali combinazioni tra alberi e rami puoi fare. Se metti un ramo di melo su un albero di abete...non uscirà mai un albero di Natale!
Ad esempio noi abbiamo preso due rametti di pero con l'intento di metterli su un albero di pere selvatiche "u p'razz".


Quindi abbiamo segato un ramo robusto ma non eccessivamente grande ed abbiamo pulito, con il coltellino, la superficie di taglio. Poi, battendo con una pietrona sulle forbici messe a spacco sul ramo, abbiamo preparato l'apertura in cui sistemare i due rametti di pero.


Al posto delle forbici abbiamo inserito il puntello di ferro e poi abbiamo sagomato la base dei rametti in modo da poterli fare aderire allo spacco. A questo punto abbiamo inserito i rametti e rimosso il puntello andando a stringere immediatamente i rametti nel tronchetto.
E' bastato, infine, avvolgere l'innesto con una bustina di plastica allacciata con uno spago, in modo da proteggerlo dalle intemperie.


Devo dire le verità: all'inizio un po' mi sono impicciato a preparare i rametti...bisogna prenderci la mano per fare una sagomatura come si deve. Al terzo tentativo, infatti, il rametto l'ho affilato a regola d'arte!!!


Ora stiamo aspettando la primavera: se la fortuna ci ha assistito, tra qualche settimana sbocceranno i fiori e vorrà dire che tra un paio d'anni mangeremo le prime pere...altrimenti è tutto da rifare. Magari chiederò a zì 'Chele di fare un'eccezione e di aiutarmi a fare ancora un ultimo innesto!

29 novembre 2012

All'oscuro di tutto!

Per quanto si voglia essere coraggiosi, sono tante le cose di cui un uomo qualsiasi può avere paura. Abituato a passare ogni giorno un po' di tempo dietro la finestra, una delle mie paure più grandi è quella di non riuscire più, un giorno, a vedere la luce ed i colori.
Il buio assoluto mi ha sempre impressionato, non per il suo colore nero che ha comunque il suo fascino; più che altro mi destabilizza la mancanza di riferimenti, l'incapacità di riconoscere lo spazio, l'impressione che il buio annienti quasi tutti gli altri sensi...se non vedo pare che non arrivo a toccare..., non c'è nulla da sentire, non ho voglia di mangiare o di riconoscere un profumo.

Un paio di mesi fa, in una chiacchierata tra amici, è spuntata l'ipotesi di andare a visitare una grotta. Ho accolto la proposta con lo spirito di chi è curioso ed insicuro di affrontare un percorso misterioso. Lì per lì ho pensato: "Mancano un sacco di giorni, di che mi preoccupo???". Un giorno dopo l'altro è arrivato il momento di preparare seriamente l'escursione sottoterra. Nel mio immaginario si sarebbe trattato di un viaggio in una fredda oscurità, rintanata nelle segrete della natura. Pensavo ad un posto pericolante e devastato da un disordine assoluto mascherato dalla mancanza di luce. Andarsi a ficcare negli intestini delle rocce mi faceva pensare a Pinocchio nella pancia della balena, con la differenza che al piccolo burattino bastò accendere un fuoco per farsi starnutire in salvo in mezzo al mare. Come avrei potuto farmi starnutire fuori da quei cunicoli di pietra?

Le verità sono due e, mescolate, fanno una: un po' mi sono fidato dell'esperienza dei miei amici; un po' ho letto su internet le esperienze di tutti quei fifoni come me che hanno fatto visita alle camere riservate della terra.


Domenica 25 novembre eravamo poco meno di venti amici, ognuno equipaggiato alla meglio: tute da lavoro, guanti da lavapiatti, caschi da motociclo, stivali da vendemmia e torce da "quando se ne va la luce"!
Già mascherati da finti speleologi, ci siamo incamminati verso l'ingresso della grotta di Campo Braca. Nel freddo secco di una mattinata quasi invernale, ecco il tombino di accesso chiuso, con una pietra, "a sepolcro"!!!


La verità è che il timore ed il rispetto per la natura non è bastato per frenare la mia curiosità di scendere a vedere cosa si nascondeva lassotto. Impaziente ho aspettato il mio turno e mi sono infilato in quell'ombelico buio. Un passo più avanti Sara mi ha spiegato di fare attenzione; Domenico mi ha detto di camminare accovacciato; Valeria mi ha portato la torcia che m'ero dimenticato sul prato sott'al sole! ERO DENTRO LA TERRA...anche se di un paio di metri!


Quell'ambiente mi ha accolto con il suo carattere di pietra. Mi ha fatto capire la mia piccolezza di uomo nel momento in cui l'unico modo di farmi strada era quello di inginocchiarmi, di sporcarmi le mani e di piegarmi con il corpo nel modo in cui i cunicoli mi obbligavano a fare.
La più grande fortuna è che non mi sono sentito mai solo e mai abbandonato: Domenico, Sara e Valeria hanno tenuto alta l'attenzione su ognuno di noi, me compreso. Se tutto è andato meravigliosamente bene è merito loro e mi sento di ringraziarli di cuore per l'esperienza che mi hanno permesso di fare.


Li ringrazio perché mi hanno "battezzato" nella grotta di Campo Braca! Il rito mi ha parecchio emozionato: nell'ultima camera che abbiamo visitato, vicino da un corso d'acqua di cui si sentivano solo gli scrosci, è stato intonato l'Inno Nazionale al termine del quale i nostri amici ci hanno segnato il viso con il fango della terra. Mi sono sentito davvero figlio della Natura e della mia Patria.
Poi abbiamo spento le torce, tolto la luce ai caschetti e riservato il massimo silenzio a favore dei suoni di quell'ambiente. Mi sono levato lo sfizio di sfilarmi il casco per ascoltare quello che succede sotto la pelle del mondo.
Più tardi sono riuscito dal pozzetto. Ma solo per prendere la macchina fotografica lasciata in superficie! A quel punto sono risceso ed avevo quasi voglia di restare lì dove c'erano i pipistrelli che, certe volte, svolazzano e pare che ti vogliono venire a sbattere sul muso. Io non ne ho fotografato manco uno, mi sono scordato!!! In realtà è proprio alla grotta che ho fatto poche foto: ho il problema che impiego tempo a familiarizzare con un posto prima di farci qualche scatto. Probabilmente, se dovessi avere la possibilità di tornarci, sarei sicuramente più disinvolto.


In fin dei conti non è poi così un dramma non essermi portato a casa chissà quali fotografie: mi è bastato conoscere un'altro pezzettino, piccolo piccolo, di questa terra.

13 ottobre 2012

"A lupo! A lupo!"

Un'uscita fotografica è una conquista, un premio, un regalo che si fa a se stessi dopo aver aspettato più o meno tanto. Io la vedo come un'occasione che si vive fuori dal tempo, facendo un passo fuori dalla realtà. Difatti, quando esco a fare due foto mi rendo conto che in quei momenti la vita, per gli altri, scorre normalmente, con gli impegni e le funzioni ordinarie. Io, invece, mi trovo ad osservare quello che gli altri fanno. E' come se recitassero per me che ho a disposizione qualche centinaio di giri d'orologio.


Uscire insieme ad amici che si guardano con te lo spettacolo della vita che si reinventa è entusiasmante. Negli occhi di ognuno si scorge la curiosità propria dei bambini; la voglia sfrenata di lasciarsi sorprendere dalle cose; la gioia di essere lì in quel momento.
L'altra mattina, con Mario, Rino ed Aldorindo ce la siamo spassata poco al di fuori del nostro amato Molise: Barrea, Civitella Alfedena, Opi. Posti ad un passo da casa che somigliano e contemporaneamente sono diversi dalle nostre realtà.


Riflettevo su una cosa: nei paesi del Molise le persone anziane parlano solo il dialetto locale perché quella lì è la loro identità, ambientata in borghi che, purtroppo, sono quasi del tutto abbandonati oppure sono curati male. Nei paesi dell'Abruzzo che ho visitato l'altro giorno le persone anziane, probabilmente, parleranno anche il loro dialetto, ma a me, come turista, hanno parlato in italiano. Ed i loro borghi sono curatissimi, pitturati di fiori e con dettagli curati.

19 agosto 2012

Sole grande e (g)rosso!

...e così mi portarono in piscina insieme a mio fratello per un corso estivo che avrebbe dovuto invogliarci ad iscriverci alla stagione di nuoto che sarebbe dovuta iniziare un mese più tardi. Ma, al di la di qualche ora a mollo attaccati vicino al tubo della corsia di bordo, non ci insegnarono nulla e così la passione per il nuoto non m'è venuta. Tutt'ora credo di essere il più scarso dei nuotatori autodidatti, me ne accorgo quando vado al mare ed entro nel panico quando mi sembra di non riuscire a toccare.


Tuttavia sono innamorato del mare inteso come luogo naturale dove riuscire a farsi una bella passeggiata con la fidanzata (sopratutto quando il sole non scotta) e dove riuscire a scattare foto carine e pure divertenti.


Con la famiglia abbiamo fatto un giro nella zona di Vasto dove mi avevano detto ci fossero dei posti di grande valore paesaggistico. Ho fatto finta di non crederci ed ho "costretto" genitori, fratelli e fidanzata a salire in macchina per portarmi a vedere di persona queste località speciali.


Odio il navigatore satellitare perché troppo spesso ti porta diritto a destinazione. Amo, invece, il modo di guidare e di orientarsi di mio padre: non segue neppure una indicazione, gira a vanvera e, spesso, finisce per trasportarci casualmente in posti meravigliosi! Con piacere posso dire di aver ereditato questa capacità di perdersi per strada...ci vuole fiuto!


Destinazione principale doveva essere Punta Penna ma, come già detto, non è divertente arrivarci spediti! E così, mentre eravamo tutti affacciati ai finestrini attenti a scorgere il bivio giusto da imboccare, ad un certo punto ci siamo buttati per una stradina sconosciuta che sembrava portasse al mare.


Infatti, per pura fortuna, abbiamo trovato una scalinata in terra e legno che scendeva in una piccolissima baia fatta di sassolini coloratissimi e scogli più o meno arancioni, investiti da onde bianche e cariche di energia.


Da qui si intravedeva una strana struttura di legno costruita qualche decina di metri più avanti. Per spostarci da quella parte siamo dovuti passare in mezzo all'erba e davanti ad una rete che conteneva le ire di un cagnone abbaiante! Per fortuna, tutti salvi!


Davanti ai nostri occhi ci siamo trovati questa passerella molto lunga fatta di tronchi e tavole di legno. C'ho messo i piedi sopra e traballava tutto quanto. Ma il legno, si sa, è così! Con l'animo del conquistatore impavido, appoggiandomi sulle precarie ringhiere in fil di ferro, sono arrivato fino in fondo alla passerella.


Qui c'era un cancello chiuso a lucchetto, ma forse non era così importante andare oltre perché quanto c'era da vedere lo si scorgeva anche da qui: sui tronchi che sostenevano le reti da pesca buttate in mare erano allineati un sacco di gabbiani.


Stavano lì tranquilli anche se mi avevano visto benissimo: evidentemente il cancelletto chiuso li rassicurava. Probabilmente non avevano calcolato che ero pronto a puntare contro di loro un cannone fotografico!!! Infatti con il mio bel teleobiettivo li ho fatti secchi uno ad uno e sono disposto a mettere le loro foto sui giornali di gossip!!!


Quante righe c'ho messo per raccontare tutto questo? Be', in realtà tutta questa avventura è durata cinque minuti anche perchè mio padre non stava sereno su quel legno ballerino.
Il sole stava calando e Punta Penna era ancora una meta da raggiungere. Con l'acceleratore schiacciato non siamo riusciti a raggiungere grosse velocità visto che il traguardo era poco più avanti, proprio al porto di Vasto. Era da qui, infatti, che si entrava a Punta Penna. La cosa strana è che noi arrivavamo e tanta gente andava via. Pensavamo che stessero chiudendo la spiaggia!!! Stavo quasi per rimpiangere la scelta di non usare il navigatore.


Ci siamo avviati comunque, controcorrente. Un centinaio di metri ci hanno portato con i piedi sulla finissima spiaggia di uno dei paesaggi marini più belli che abbia mai visto!
Partendo dall'orizzonte e proseguendo verso terra vedevo il mare senza scogli, la spiaggia, le dune ricoperte di piante dorate e una parete di roccia ed alberi.


Ad animare la scena c'erano ragazzi che giocavano in acqua e sulla spiaggia, un fotografo che faceva un servizio fotografico ad una modella, un tizio che faceva esercizi strani di contemplazione e tanti gabbiani. Insomma: Punta Penna era tutt'altro che chiusa!
Forse mi conviene parlare poco di questo posto e affidare ogni descrizione ad alcune immagini che ho ripreso.


Lo scatto più bello l'ho fatto ai miei genitori mentre, come due giovinetti innamorati, se ne andavano passeggiando sul bagnasciuga infuocato.


Nel frattempo, dietro le montagne, calava il sole grande e (g)rosso di Punta Penna.